Negli ultimi decenni, la comunità scientifica ha progressivamente ridefinito l’obesità, passando da una visione semplicistica centrata sul bilancio calorico a un inquadramento molto più complesso. Oggi l’obesità è riconosciuta come una malattia cronica, multifattoriale, progressiva e recidivante, con profonde implicazioni biologiche, cliniche e sociali. Eppure, nonostante i progressi scientifici e alcuni importanti sviluppi normativi, persiste una significativa resistenza culturale e istituzionale nel considerarla pienamente come una patologia.
1. Le quattro dimensioni della patologia
Cronica
L’obesità non è una condizione temporanea, ma una patologia che tende a perdurare nel tempo, richiedendo un approccio di gestione continuativo, analogo a quello di altre malattie croniche come il diabete di tipo 2 o l’ipertensione arteriosa.
Multifattoriale
L’eziologia dell’obesità è complessa e coinvolge una rete di fattori interagenti:
- genetici ed epigenetici
- ambientali e socioeconomici
- psicologici e comportamentali
- neuroendocrini e metabolici
Questa complessità rende riduttivo, e scientificamente scorretto, attribuire l’obesità esclusivamente a scelte individuali, pigrizia o mancanza di forza di volontà.
Progressiva
L’obesità è una condizione dinamica che, se non trattata, tende a evolvere verso forme sempre più complesse. Il peggioramento non riguarda solo l’aumento di peso, ma determina un progressivo adattamento metabolico e il rischio crescente di complicanze cardiometaboliche, respiratorie, meccaniche e oncologiche.
Recidivante
Uno degli aspetti più rilevanti è la sua tendenza alla recidiva. La perdita di peso attiva meccanismi biologici compensatori, ormonali e metabolici, che favoriscono il recupero ponderale, rendendo il mantenimento del calo ponderale particolarmente difficile senza un supporto strutturato e continuativo.
2. Lo stigma: una barriera clinica documentata
Nonostante le solide evidenze scientifiche, l’obesità continua a essere percepita, anche all’interno del contesto sanitario, come una condizione prevalentemente legata alla responsabilità individuale. Questa visione riduttiva, oltre a essere scientificamente superata, contribuisce a mantenere uno stigma diffuso e radicato.
Le conseguenze sono tutt’altro che trascurabili. Lo stigma non si limita a influenzare la percezione sociale, ma incide concretamente sul percorso di cura: può determinare ritardi nella diagnosi, ostacolare l’accesso a trattamenti appropriati e compromettere la qualità della relazione medico-paziente. Una revisione sistematica di Ryan et al. (Obesity Reviews, 2023) ha documentato come lo stigma da peso in ambito sanitario si manifesti sia attraverso la comunicazione verbale e non verbale degli operatori, sia attraverso barriere sistemiche all’accesso alle cure.
A questo si aggiunge l’interiorizzazione dello stigma da parte delle persone con obesità. Sentirsi giudicati o colpevolizzati riduce la fiducia nei confronti del sistema sanitario e rende più difficile l’adesione a percorsi terapeutici che, per loro natura, richiedono continuità e supporto nel tempo.
In questo senso, lo stigma non è soltanto un problema culturale, ma rappresenta a tutti gli effetti una barriera clinica che limita l’efficacia degli interventi e contribuisce a perpetuare la malattia.
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Dato clinico Una revisione del 2024 su studi osservazionali condotti tra il 1993 e il 2023 ha documentato, nei pazienti con obesità, una minore frequenza di esami pelvici, screening oncologici e intensificazione della terapia diabetologica, esiti direttamente correlati allo stigma da peso nel contesto sanitario (StatPearls, 2025). |
3. Excursus storico e legislativo
Le prime definizioni scientifiche
Già dagli anni ’90, organismi internazionali come l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) hanno iniziato a definire l’obesità come una malattia, sottolineandone l’impatto globale sulla salute pubblica. L'OMS nel 1997, durante una consultazione ufficiale, ha definito l’obesità come “global epidemic”, concetto consolidato nel report del 2000 “Obesity: Preventing and Managing the Global Epidemic”, ancora oggi documento di riferimento.
Il riconoscimento negli Stati Uniti
Uno step fondamentale è avvenuto nel 2013, quando la American Medical Association ha dichiarato formalmente l’obesità una malattia, con importanti ricadute sull’accesso ai trattamenti, sullo sviluppo di linee guida specifiche e sull’incremento della ricerca clinica.
Il contesto europeo e i nuovi framework diagnostici
In Europa, l’EASO (European Association for the Study of Obesity) ha pubblicato nel 2024 un nuovo framework diagnostico e gestionale, su Nature Medicine, che supera il ricorso esclusivo al BMI (Body Mass Index) come criterio diagnostico, introducendo la valutazione della distribuzione e funzione del tessuto adiposo (tramite la misurazione della circonferenza vita e il calcolo del rapporto vita-altezza - WHtR) e delle complicanze cliniche, funzionali e psicologiche correlate (Busetto et al., Nature Medicine, 2024).
Contestualmente, la Lancet Diabetes & Endocrinology ha pubblicato nel gennaio 2025 la Commission on the Definition and Diagnostic Criteria of Clinical Obesity, coordinata da Rubino et al. e approvata da oltre 75 organizzazioni mediche internazionali. La Commission introduce una distinzione clinicamente rilevante tra obesità preclinica, definita come eccesso adiposo in assenza di danni d’organo documentati, e obesità clinica, definita come malattia cronica in presenza di disfunzioni biologiche, metaboliche o psicologiche attribuibili all’adiposità.
La situazione italiana
In Italia, il percorso di riconoscimento formale dell’obesità come malattia cronica ha seguito una traiettoria più lenta rispetto ad altri contesti internazionali. I dati PASSI 2023–2024 stimano che il 43% della popolazione adulta italiana sia in eccesso ponderale (33% sovrappeso, 10% con obesità), con un impatto economico stimato in circa il 4% della spesa sanitaria nazionale.
In questo scenario si inserisce la proposta di legge nota come Legge Pella approvata a ottobre 2025, che mira a riconoscere l’obesità come malattia cronica nel sistema assistenziale nazionale, prevedendo percorsi dedicati, approccio multidisciplinare strutturato e maggiore equità nell’accesso alle cure su tutto il territorio. Parallelamente, l’aggiornamento 2024 del Piano Nazionale Cronicità ha incluso l’obesità tra le patologie croniche non trasmissibili, in attesa di ratifica da parte della Conferenza Stato-Regioni.
4. Progressi scientifici: una nuova era terapeutica
Parallelamente all’evoluzione normativa, la ricerca scientifica ha compiuto negli ultimi anni passi decisivi nella comprensione e nel trattamento dell’obesità. Oggi sappiamo che i meccanismi che regolano fame, sazietà e bilancio energetico sono governati da complessi sistemi neuroendocrini, che rendono la perdita di peso e il suo mantenimento processi tutt’altro che lineari.
Lo sviluppo degli agonisti del recettore GLP-1 e delle molecole multi-agoniste ha modificato radicalmente le prospettive terapeutiche. I trial clinici STEP e SURMOUNT hanno documentato riduzioni del peso corporeo del 12–15% con semaglutide e del 18–20% con tirzepatide rispetto al placebo, con effetti favorevoli anche sugli esiti cardiovascolari, il trial SELECT ha dimostrato una riduzione del 20% degli eventi cardiovascolari maggiori (MACE) con semaglutide in pazienti con obesità e malattia cardiovascolare. Non si tratta semplicemente di strumenti più efficaci per la riduzione ponderale, ma di interventi che agiscono su specifici pathway biologici, asse incretinico, regolazione ipotalamica dell’appetito, metabolismo energetico, rafforzando ulteriormente la fisiopatologia dell’obesità come malattia.
L’approccio clinico si sta progressivamente orientando verso modelli personalizzati, in cui terapia nutrizionale, farmacologica, comportamentale e, quando indicata, chirurgica, vengono integrate all’interno di percorsi strutturati e multidisciplinari.
5. Il paradosso attuale
Nonostante questi progressi, il contesto attuale rimane segnato da un evidente paradosso. Da un lato disponiamo di solide evidenze scientifiche e di strumenti terapeutici sempre più efficaci; dall’altro, persiste una resistenza culturale profonda nel riconoscere l’obesità come malattia.
Questo scollamento tra conoscenza e percezione si riflette inevitabilmente nella pratica clinica: diagnosi tardive, accesso disomogeneo ai trattamenti e una gestione spesso non adeguata alla complessità della condizione.
Conclusioni
Riconoscere l’obesità come malattia cronica, multifattoriale, progressiva e recidivante non è una semplice questione di principio, ma un passaggio essenziale per migliorare concretamente la qualità dell’assistenza.
Significa garantire un accesso più equo alle cure, ridurre lo stigma che ancora pesa sui pazienti, promuovere un approccio clinico basato sulle evidenze e orientare in modo più efficace le politiche sanitarie.
Il cambiamento è iniziato, ma siamo ancora all’inizio. La vera sfida dei prossimi anni sarà colmare la distanza tra ciò che oggi sappiamo e ciò che, nella pratica, riusciamo realmente a offrire alle persone con obesità. Solo allora sarà possibile parlare di una presa in carico davvero adeguata, dignitosa ed efficace.
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Implicazioni per la pratica clinica L’inquadramento dell’obesità come malattia cronica recidivante dovrebbe orientare ogni aspetto della relazione clinica: dalla comunicazione al paziente (evitando linguaggio colpevolizzante) alla strutturazione di percorsi assistenziali continuativi e multidisciplinari. CLOE offre formazione specifica per integrare questi principi nella pratica quotidiana. |
Riferimenti bibliografici
Francesco Rubino, Cummings DE, Eckel RH, et al. Definition and diagnostic criteria of clinical obesity. The Lancet Diabetes & Endocrinology. 2025;13(3):221-262. doi:10.1016/S2213-8587(24)00316-4.
Luca Busetto, Dicker D, Frühbeck G, et al. A new framework for the diagnosis, staging and management of obesity in adults. Nature Medicine. 2024;30:2395-2408.doi:10.1038/s41591-024-03095-3.
Louise Ryan, Coyne R, Heary C, et al. Weight stigma experienced by patients with obesity in healthcare settings: a qualitative evidence synthesis.Obesity Reviews. 2023;24(10):e13606. doi:10.1111/obr.13606.
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